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santambrogio

 L'EDUCAZIONE DEI FIGLI

SECONDO SANT'AMBROGIO

Vescovo di Milano - IV° sec. d.C.

L'educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l'affetto necessario.

Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.

Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.

Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande non siate voi la zavorra che impedisce loro di volare.

Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente.

Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio della passione, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.

E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.

I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene.

Sant' Ambrogivs

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CONSACRA LA TUA FAMIGLIA
A GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

sacra_famiglia

CONSACRAZIONE 
ALLA SANTA FAMIGLIA

 "O Santa Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe, la nostra famiglia si consacra a Te e chiede di essere difesa da ogni pericolo, guidata e sostenuta nell'amore, per tutta la vita e l'eternità. Fa, o Santa Famiglia, che la nostra casa e il nostro cuore siano un cenacolo di preghiera, di pace, di grazia e di comunione. Custodisci nella fedeltà, la nostra vocazione e la nostra missione. Accresci in noi la fede e la santità."

Amen

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              Medjugorje

     BV_Maria

          Messaggio a Ivan
           22 Maggio 2011

 "Cari figli, oggi più che mai desidero invitarvi alla preghiera. Cari figli, satana desidera distruggere le famiglie di oggi, perciò desidero invitarvi al rinnovamento della preghiera famigliare. Pregate, cari figli, nelle famiglie, con i vostri figli, non permettete l'accesso a satana. Grazie, cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata."

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         Messaggio a Ivan
          15 Maggio 2009

Cari figli, anche oggi la Madre vi invita: pregate, pregate per le mie intenzioni. Cari figli, desidero realizzare con voi i miei piani. In particolare, cari figli, vi invito a pregare per le famiglie. Oggi più che mai satana desidera distruggere le famiglie. Perciò siate perseveranti nella preghiera, riportate la preghiera nelle vostre famiglie. Grazie, cari figli, perché mi avete accolto e avete accolto i miei messaggi e vivete i miei messaggi.

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                             Lettera    
I valori della nostra famiglia

Nella nostra casa viviamo un rapporto d'amore per noi assai prezioso. Abbiamo imparato, tuttavia, che l'amore per crescere deve essere coltivato, consolidando i valori evangelici su cui è fondata la nostra famiglia.

Molte cose si oppongono allo splendore della Verità, per questo, dobbiamo aiutarci reciprocamente a crescere nella Verità e nell'Amore per maturare come persone singole e come famiglia.

Purtroppo quando l'amore coniugale non matura, diventa inevitabilmente un legame soffocante che impedisce all'altro di sbocciare. Una relazione così, produce solo dolore e frustrazione ed è destinata prima o poi a finire, com'è accaduto a tanti nostri amici.

Per questo è importante saper difendere e amare sempre più il nostro amore.Il vero amore non si consuma, anzi, più lo doniamo e più cresce. Nella misura in cui io e te ci amiamo, così siamo in grado di amare i nostri figli e il prossimo.

L'amore che viviamo è un dono grande che viene da Dio e grazie a Lui il nostro rapporto familiare è gioioso e sereno, ci concede di vivere nella libertà dei figli di Dio e di trovare sempre soluzioni accettabili per ognuno di noi.

Ecco perché mi propongo di amarvi sempre di più, donandomi senza riserve, di non aver nessun possesso su di te e sui nostri figli, perché ognuno di noi è una persona unica, con i propri bisogni e carismi da manifestare.

Rispetterò i vostri diritti e chiedo che rispettiate i miei. Quando il mio modo di agire v'impedirà di soddisfare le vostre esigenze, desidero che me ne parliate, io vi ascolterò e cercherò di cambiare.

Quando il vostro comportamento soffocherà le mie capacità e i miei bisogni, ve ne parlerò, perché possiate capirmi e forse cambiare.

Non desidero vincere facendovi perdere, perché ciò che conta per me è la vostra felicità. Affronteremo con serenità le nostre "incomprensioni" e con fiducia le risolveremo assieme. Così uniti e liberi saremo una famiglia vincente.

Dobbiamo essere in due a custodire un bene così grande che è il nostro amore. Unicamente con la preghiera, che ci fa vivere la tenerezza del Vangelo, la nostra famiglia non avrà mai paura del futuro, sarà forte, feconda e serena.

Proprio la preghiera insieme, nell'intimità della nostra casa, ci ha fatto superare molti momenti difficili, donandoci sempre speranza, armonia e pace.

Abbiamo sperimentato che pregando uniti resteremo sempre uniti, e che solo mettendo Dio al primo posto si perfeziona il nostro amore e tutto ciò che ci unisce.

Vivendo questi principi, valorizzeremo noi stessi, ci ameremo ancor di più e la nostra famiglia sarà sempre "gradita agli occhi di Dio"

diac. mario d'agosto

"Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori" Sal 126

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Preghiere scritte dal diacono mario d'agosto

 

Padre mio, perdonami !


 Padre mio ascoltami, abbi misericordia di me, riconosco la mia colpa e sono addolorato del male commesso, perché non amando i fratelli, ho rifiutato Te.

Padre Buono, per il sangue di tuo Figlio Gesù, cancella il peccato che è in me e per la potenza della Sua Resurrezione, effondi di nuovo in me lo Spirito di Vita.

Abbà Padre ti offro le mie debolezze e chiedo il sostegno della tua Grazia per esserti fedele.

Padre mio, perdonami! Abbracciami perché io appartengo a Te e desidero stare sempre con Te. Regalami la gioia del Tuo perdono, liberami da ogni male e salvami, perché eterna è la tua misericordia! Amen.

 

Pregare gli Angeli

 

Benedetti Santi Angeli di Dio, nostri Fratelli maggiori, guidate, proteggete, e benedite (nome …), che vi fu affidato dall’Eterno Padre Buono.

 Amen.

 

Preghiera per i defunti

 

La Tua Gioia senza fine dona ai nostri fratelli defunti, o Signore della Vita.  Nella Tua misericordia, mostra a (nome …) la luce del Tuo volto e sia una sola cosa con Te, per sempre nel tuo Regno.   Amen.

 

Preghiera a Maria

 

Rallegrati Maria, madre nostra tutta Santa, il Signore è in te. Aiutaci ad accogliere tuo Figlio e lo Spirito Santo, perché anche in noi l'Onnipotente possa fare grandi cose.

Donna di fede, tu che hai sostenuto la Speranza degli Apostoli, proteggi da qualsiasi pericolo il dono di vivere nella gioiosa libertà dei figli di Dio.

Madre di operosa misericordia, ti chiediamo di guidarci sulla via della beata povertà di spirito, per accogliere le grazie di Gesù nostro Signore.

Benedetta Maria, maestra di umiltà,tu che ci hai insegnato ad essere responsabili dell'altrui felicità,

concedici di amare di un amore a immagine di Cristo,affinché venga in mezzo a noi il Regno della Sua giustizia e della Sua pace. Poiché, solo se ci prendiamo cura del prossimo, permettiamo all'Eterno Padre Buono di prendersi cura di noi.

Madre dell'Amore, santificaci con la tua potente benedizione. 

Amen.

 

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La legge: l'insidiosa nemica di Dio | Stampa |
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Elemento multimediale non supportato! Shema Israel

 

La legge: l’insidiosa nemica di Dio!

Gesù disse: “Non avete letto …?

Ovvero: A noi, disattenti e smemorati, Gesù ripete con forza di non perdere
 il vero spirito della Legge, se vogliamo realmente vivere nella libertà dei figli di Dio.

 Si evince da recenti statistiche che sono molti nella Chiesa che vivono un cristianesimo intimistico che riguarda solo la sfera della vita personale. Occorre prendere atto che, per la diffusa ignoranza e la distorta interpretazione della dottrina cattolica, si è verificato un crescente amorfismo religioso, una condizione di abulia spirituale nel cuore di tanti fedeli che concepiscono la fede solo in chiave individualistica e spesso superstiziosa. Altresì, c’è il rischio che nello stesso clero, possa insinuarsi la paura di parlare con parresia, non solo nei confronti dei fedeli ma, a causa del carrierismo, anche all’’interno della stessa gerarchia, la quale andrebbe considerata come gradi di responsabilità e non di superiorità.

 È evidente, in tante comunità di fedeli, un senso di apatia, un appiattimento acritico dominante, una mancanza di “ascolto” di ciò che ancora oggi chiaramente lo Spirito intima a tutta la Chiesa, esortandola a recuperare il fervore di una volta: "Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di un tempo. Ricorda dunque da dove sei caduto, convertiti e compi le opere di prima. Se non ti convertirai, verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto … Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Ap 2,4-7). C’è un’urgenza di conversione nella stessa Chiesa popolo di Dio, perché dall'origine del cristianesimo fino ai nostri giorni, oltre a tanta santità, vediamo ancora corruzione, violenza, sete di potere e di ricchezza, discriminazioni e intolleranza. Per questo è sempre attuale la tremendadenuncia del profeta Osea contro i tiepidi: “Essi si nutrono del peccato del mio popolo e sono avidi della sua iniquità.” (Os 4,8).

 Allo stesso modo, sono profetiche le parole di Joseph Ratzinger (quando era ancora cardinale) che, nella meditazione della nona stazione della Via Crucis al Colosseo, ha affermato: Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25). - Preghiera - Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi. (Venerdì Santo 2005).

 Oggi, la superbia e l’autosufficienza, che si è insinuata in alcuni operatori pastorali, rendono spesso inutili i vari tentativi del Magistero di rinnovare l’azione liturgico-pastorale. In tante parrocchie si mette a repentaglio, per mancanza di “ascolto” e di umiltà (presupposti per accogliere la fantasia dello Spirito), l’efficacia delle attività parrocchiali; esse, infatti, stentano a rinnovarsi, perché c’è una incapacità sia nel discernere i segni dei tempi e sia nel riconoscere e implementare il fondamentale ruolo di corresponsabilità dei laici.

Di fatto, molti operatori pastorali non hanno ancora compreso che “nella comunità ci si edifica a vicenda” (cfr 1Ts 5,11). Per questo dilagano in ogni ceto sociale i credenti creduloni, ipraticanti” senza un minimo di coscienza della vera fede.

 L’attuale situazione di fede immatura ha sviluppato in molti fedeli un atteggiamento insulso, un senso di afasia e una distorta percezione di appartenenza, alimentata in modo particolare da una determinata pastorale parrocchiale intrisa di deleterio devozionismo e spiritualismo, poiché si è infiltrato anche nella Chiesa un intiepidimento spirituale insieme a una vena di vanagloria dovuta al ricercato posto di preminenza. Troppe volte nel culto cristiano non si dà la parola alla Parola, non c’è più spazio per la bellezza del sacro silenzio, della possibilità di raccogliersi, dell'arte dell'ascolto interiore, della partecipazione attiva della quiete meditativa(in certe messe l'unico momento di vero silenzio è quando distribuiscono la comunione ai cantori) e al posto del canto dell’assemblea c’è l’esibizione del coro. Purtroppo, c’è ancora chi indossa con sfoggio vesti di pizzo e identifica la liturgia come una sacra coreografia. In modo sbagliato, pensiamo sempre che Dio non si rivolga a noi quando dice: “… poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.” (Ap 3.16 ).

 Ebbene, nonostante ci siano molti segni positivi nelle “sentinelle del mattino” sia nel clero e sia nei laici che hanno accolto l’invito del papa G.P. II (al GMG di Roma 2000), lo Spirito continua a darci uno scossone, affinché la nostra conversione sia più ferma e più decisa.

C’è un’impellenza di rinnovarsi (“Cantate al Signore un canto nuovo …” Sal 97), per superare le sterili forme devozionistiche che portano a vivere la fede cristiana come una sorta di “analgesico”.

 Ecco perché assistiamo a tante processioni folcloristiche e a continui pellegrinaggi che spesso di vera fede hanno ben poco. Si rischia di favorire pratiche religioserivolte verso i santi che mettono in secondo piano Dio. Sono pie usanze che di per sé sono lodevoli se finalizzate alla coscienza dell’assoluta sovranità di Cristo. Invece, sovente, rischiano di diffondere una distorta immagine di Dio, perché sono impregnate di elementi di chiara derivazione magico-superstiziosa. Molti “fedeli”, nelle loro case, hanno “addobbato” la porta d’ingresso (e loro stessi) con amuleti, cornicelli, gobbi, ferri di cavallo, insieme a delle immagini sacre, considerate alla stessa stregua dei portafortuna. La stessa preghiera devozionale diventa parolaia quando è vissuta come una “evasione” dal mondo e non il “luogo” per incontrare e lodare il Padre, il punto di partenza fondamentale per vivere nell’amore verso tutti. Questo non è più devozione ma deleterio devozionismo. Sono tentativi di servirsi di Dio, invece di servire Dio.In questo modo i fedeli vivono una pseudo-spiritualità, una sorta di sincretismo religioso, una mistura tra fede e superstizione, tra venerazione e oltraggio che porta al distacco dalla vera Fede”.È evidente che la mentalità magica prospera, dove c’è un vuoto di conoscenza della Rivelazione.

 Per questo Gesù, parlando dello Spirito di Verità, ci ha detto: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49), forse perché ci sono nella Chiesa, anche inconsapevolmente, coloro che spengono lo Spirito, perché non sanno che la fede è ricerca continua della Verità. San Paolo anche oggi grida con forza a tutti i cristiani: Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie …” (1Ts 5,19). Occorre far comprendere che con Gesù tutti gli uomini, che hanno accolto lo Spirito, sono dei consacrati, per cui la relazione con il Padre è immediata e non necessariamente si ha bisogno di mediatori, perché tutti possono rivolgersi direttamente a Dio. Con Gesù è finito il sacerdozio dell’A.T. (che era considerato come la mediazione indispensabile tra Dio e gli uomini) perché, pur con ministeri diversi, con il Sacramento del Battesimo siamo tutti “profeti, re e sacerdoti”. Purtroppo, non da tutti sono conosciute e comprese le indicazioni dell’ultimo concilio, cioè che i cristiani sono un popolo tutto sacerdotale (LG n°11).

Per uscire dagli schemi di una pastorale che rischia di dare scarsi risultati e stenta ad aprirsi all’autentica adorazione e conoscenza di Dio Padre, è essenziale non far cadere i fedeli nella schiavitù della legge che porta ad una fede immatura e superstiziosa. Quando non si è all’ascolto della “fantasia” dello Spirito, gli operatori pastorali (ordinati e non) corrono il rischio di svolgere una semplice funzione burocratica, invece di preoccuparsi primariamente di portare i fedeli a cercare innanzitutto il Volto di Dio, di fare con loro il grande e determinante “Incontro con Lui”. Urge nella Chiesa far riscoprire ai fedeli il significato del proprio battesimo con una pastorale kerigmatica e profetica, ben radicata nella Parola di Verità (l’unica realtà che ci rende veramente liberi - cfr Gv 8,31-32), insieme ad una testimonianza credibile.

 Quando la Parrocchia, invece di presentarci una Chiesa dinamica, accesa dallo Spirito, diventa un distributore di Sacramenti, corre il rischio di ridursi al degrado di una rigida istituzione religiosa, regolata unicamente dalle leggi che portano i fedeli a vivere un surrogato di fede. Questa visione fiscale di Chiesa rifiuta sempre il nuovo (es., vedi come di fatto, in alcune diocesi, sono osteggiate le vocazioni al diaconato e al laicato “troppo” impegnato). Una concezione di Chiesa troppa conservatrice vede ogni novità come una minaccia al suo prestigio e alla sua stabilità. Al contrario, una comunità viva, animata dallo Spirito, accoglie sempre il nuovo che Dio gli manda, perché ha presente le parole di Gesù: “vino nuovo in otri nuovi” (Lc 5,37). Ha ragione Ratzinger riguardo alla “sporcizia” che c’è nella Chiesa, intesa, innanzitutto, come mancanza di docilità allo Spirito. Per questo Gesù “piange ancora su Gerusalemme che uccide i profeti e lapida quelli che gli sono inviati” (cfr Mt 23,37).

 È necessario, quindi, proporre ai fedeli un vero itinerario di fede. Perché, fare l’Incontro con Lui (il Risorto) è l’unico Evento che ci fa testimoniare la forza dirompente del Vangelo vissuto nella libertà che ci è data in dono dalla fede: “Cristo ci ha liberati per farci vivere effettivamente nella libertà. State dunque saldi in questa libertà e non ritornate ad essere schiavi... Quelli, tra voi, che pensano di salvarsi perché ubbidiscono alla Legge, sono separati da Cristo, sono privati della grazia; noi invece siamo guidati dallo Spirito di Dio, e per mezzo della fede viviamo nella continua attesa di ricevere la salvezza sperata. Quando siamo uniti a Cristo Gesù, non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Conta solo la fede che agisce per mezzo dell'amore.” (Gal 5,1.4-6).

 Noi sappiamo che Cristo non è venuto ad abolire la Torah o i profeti, ma “per dare compimento”, spiegandoci qual è il vero spirito della legge, insegnandoci cosa significa essere veramente uomini, poiché soltanto chi è pienamente umano scopre il divino che è in lui. Per questo anche oggi Gesù, aprendoci gli occhi della mente, ripete con potenza a noi ancora ottenebrati: “Non avete letto …?”. Come allora, Cristo ci rimprovera di non mettere al primo posto l’uomo nei confronti della legge: “… Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».” (Mt 12,1-8).

 Gesù, ricordando agli accusatori come il sacerdote del tempio (cfr 1Sam 21,2-7) concesse a Davide e ai suoi compagni di nutrirsi dei pani dell’offerta, vuole evidenziare come già nell’A.T. Dio Padre vuole che la misericordia debba prevalere sul sacrificio, perché la necessità dell’uomo è più forte della legge sacrale del tempio. Difatti, non sono i sacrifici sterili, ma è la misericordia (il sentimento di compassione, lo stringersi del cuore di fronte alle sventure del prossimo, il fare spazio dentro di sé alla vita dell’altro) che ci permette di cercare prima il Regno di Dio e di seguire il Signore dove è presente. Altrimenti, come i farisei, imponiamo delle norme che sono solo degli ostacoli inutili e non aiutano gli uomini. Così avvenne per il Talmud babilonese che trasformò la Torah di Mosè in seicentotredici precetti, rendendo l’uomo schiavo di un rubricismo etico-liturgico. In questo modo la fede d’Israele divenne per molti una meticolosa ottemperanza di formule e norme vane.

Pertanto, se il dovere primo è di conoscere Dio e lavorare per il Suo Regno, mettendo a centro la dignità dell’uomo, non è possibile accettare una legge che pone degli impedimenti alla sua crescita, degradando la vita di fede all’osservanza di precetti spesso irragionevoli e discriminanti. Ugualmente, è “strano” come da chi ha fatto delle norme un idolo, alcune di esse siano liberamente disattese. Per esempio, c’è una forte ritrosia nell’applicare il Diritto Canonico (can 230 § 2) che permette il servizio all’altare anche alle donne. Forse c’è la paura di danneggiare lo sviluppo di vocazioni al presbiterato, ma non è attraverso il gruppo dei ministranti che si riempiono i seminari!

Un altro esempio: le norme liturgiche, per evitare una “privatizzazione” della preghiera eucaristica, prevedono l’inserimento facoltativo del nome del defunto solo nelle messe esequiali e non in quelle feriali o festive. Tuttavia in molte parrocchie c’è l’uso di inserire nella Messa la lunga lista di nomi dei defunti, forse per non perdere le offerte degli oblatori.

C’è il pericolo di uno spirito d’ipocrisia, che si allea sempre con l’ostentazione e la vanità (quanta boria nello sfoggio di titoli onorifici e accademici, comportamento di superbia che di evangelico non ha niente), il quale si rivela in modo ancora più palese nell'atteggiamento "rigoristico" che si assume nell’interpretazione di alcune norme liturgiche, che, in realtà, invece di facilitare la pratica religiosa, la rendono inefficace. Quante volte assistiamo a celebrazioni perfette ma asettiche, perché ci si preoccupa della scenografia, dell’esteriorità e non della partecipazione consapevole dei fedeli. Altresì, ci capita di assistere a liturgie scialbe, con delle omelie banali e scontate, senza la dovuta preparazione (spirituale) e senza il carisma dell’arte di presiedere, che spesso rischia di ridursi a mero protagonismo del ministro del culto, il quale dimentica di presiedere un’assemblea celebrante. Non si tratta di rinnegare il principio di “autorità” nella Chiesa (autorità necessaria che va intesa innanzitutto come servizio), quanto di inficiare la pretesa di alcuni di sentirsi “superiori” agli altri (anche nella fede e nella santità). In questo modo la stessa liturgia non introduce nel Mistero, perché non c’è una vera concordanza tra il momento celebrativo e il cammino in atto nella comunità.

 Il Signore, per mezzo del profeta Osea, già precisava: "Misericordia io voglio e non sacrifici, la conoscenza di Dio più degli olocausti" (Os 6,6). Gesù dichiara di essere Signore del sabato concludendo che “il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato” (Mc 2,27). Quindi, il sabato è per l’uomo e non viceversa. Ciò significa innanzitutto che ogni legge, anche quella più “sacra”, deve essere a vantaggio dell’uomo, poiché nella creazione tutto fu fatto per l’uomo, compreso il sabato e tutte le liturgie. Ecco perché San Paolo afferma: “La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Cor 3,6). Il giogo soave e leggero del Signore, che è amore, libera dal giogo pesante e oppressivo della legge farisaica (cfr Mt 11,28-30), liberandoci da una fede distorta e dal pericolo del rubricismo nelle liturgie (che rischiano l’inflazione e, quindi, di diventare amorfe). Le celebrazioni, per essere vissute nel vero spirito liturgico, vanno precedute da adeguate catechesi mistagogiche, perché non ci può essere una vera partecipazione e corresponsabilità senza una preventiva “educazione” alla fede e allo spirito liturgico.

 Ecco il motivo per cui Gesù è venuto a liberare gli uomini anche dalla schiavitù della legge, cioè, da un rapporto con Dio basato sull’obbedienza cieca delle norme, le quali impedivano ai fedeli di sperimentare l’amore di Dio. Non tutti hanno capito che la nuova legge portata da Cristo non è stata scritta su tavole di pietra, ma direttamente nei cuori: “Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.” (Ger 31,33).

 Dunque, Gesù ci insegna che per applicare correttamente una legge a un caso concreto, bisogna prima aver compreso il vero spirito della legge. Nei Vangeli osserviamo un netto contrasto tra due interpretazioni diverse dei precetti dell’A.T.: da una parte vediamo l'interpretazione rigida dei farisei che esigono l'osservanza alla lettera delle norme in qualsiasi circostanza. Interpretando in modo distorto la legge di Mosè, essi applicavano la Torah a specifici casi per classificarli in modo minuzioso e ricavarne delle regole di comportamento generale, ottenendo, così, una casistica che rendeva la legge insopportabile. Dall'altra parte, invece, ammiriamo l'interpretazione di Gesù, che si preoccupa innanzitutto, di essere conforme al vero spirito della Legge, cioè, mettere al centro l’uomo e la sua crescita, andando oltre la “lettera” quando le circostanze lo richiedono (vedi le reazioni insensate dei farisei alle guarigioni operate da Gesù di sabato).

 La libertà evangelica non è cieca ma illuminata, perché è basata sulla comunione con Cristo che è la Verità. Essa è il nuovo modo di vedere le cose secondo la volontà di Dio, e ciò riguarda, allo stesso modo, la relazione con il prossimo, l’azione pastorale e la partecipazione alla liturgia. Per questo, la rivoluzionaria novità portata da Gesù nei confronti della tradizione veterotestamentaria, per diffondere l’annuncio del Regno di Dio a tutti i popoli, provocò reazioni violente da parte dei sacerdoti, degli scribi e dei farisei. Le caste dei notabili d’Israele pretendevano di giudicare anche l'intimo delle coscienze, dove solo Dio vede e giudica (cfr DPF -CEI- n. 215). Essi avevano “dimenticato” che il cuore dell’annuncio delle Sacre Scritture è la misericordia e non i sacrifici e le leggi che li disciplinano. Il fine di tutto non è la legge del sabato, ma è l'uomo che Dio colloca nel cuore della creazione e della storia come suo prediletto e come ragione e scopo di tutto.

 È significativa la parabola del buon samaritano in Luca (10,25-37), perché Gesù risponde alla domanda: Cos’è più importante il bene dell’uomo o la legge? Nel racconto il sacerdote e il levita vedono lo sventurato ridotto in fin di vita dai briganti, ma, a causa del Talmud, devono scegliere se osservare la legge, che gli impediva di avvicinarsi a un ferito (toccare il sangue li rendeva impuri), oppure scegliere il bene dell’uomo. Non hanno avuto dubbi: è più importante l’osservanza della legge! Il sacerdote e il levita che ignorano il disgraziato non sono delle persone spietate, sono molto peggio, sono religiosi per i quali gli obblighi verso la legge sono più importanti del bene dell’uomo. Essi, pensando che in fondo non sono stati loro a ridurlo in quello stato, lasciano il malcapitato a soffrire anche perché fermarsi ad aiutarlo significava cambiare il loro percorso, e soprattutto, secondo la legge farisaica hanno la coscienza a posto con Dio.

Con Gesù, tutta questa distorsione nei confronti della legge è finita. Adesso, l’immagine del vero credente non è colui che osserva le leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al Suo. Ecco perché Cristo, in modo scandaloso, identifica, nell’episodio del buon Samaritano, i falsi credenti con il sacerdote e il levita, perfetti osservanti della legge, e gli contrappone l’eretico samaritano. L’uomo è veramente l’immagine di Dio non quando osserva la legge divenendone schiavo (come il sacerdote e il levita), ma quando, come il samaritano, gli assomiglia nella peculiarità del Suo amore.

Il vero credente non si vede dalla frequenza ai riti, ai luoghi e persone consacrate o dall’osservanza di regole e di precetti (anche se hanno la loro importanza), ma il vero criterio per giudicarlo è vedere se cerca di amare con un amore simile a quello di Cristo.

 Anche oggi come allora, un adempimento solo formale delle regole e delle norme liturgiche è pericolosamente esposto a deviazioni, fino al dramma della condanna di persone senza colpa. La legge è la subdola nemica di Dio, perché “… la forza del peccato è la Legge.” (1Cor 15,56). Spirito e legge (irrazionale), quindi, non si possono sopportare, l’uno esige “l’eliminazione” dell’altro. I discepoli di Gesù sono da Lui dichiarati “uomini senza colpa” seppure abbiano infranto, secondo i farisei, la legge del sabato. Così, anche nel nostro tempo, per evitare di vivere la liturgia in modo alienante è necessario “educare” l’assemblea affinché essa sia rivolta a Cristo e non al celebrante (che può correre il rischio di diventare accentratore) o alla semplice esteriorità del rito. Per questo Gesù è venuto come "Signore del Sabato", perché solo Lui può portare a pienezza il significato dell'antica legislazione, come preparazione e profezia del grande banchetto della salvezza e della pace che Dio vuole offrire all'intera umanità. Pertanto, oggi, il bisogno di crescita dell’uomo nella conoscenza e nell’amore di Dio deve avere priorità rispetto a dei folclori anacronistici e a dei precetti di stampo liturgico-religioso spesso superati (per esempio, cosa può significare oggi dire tre Ave Maria per “penitenza” (diseducativa), oppure non mangiare la carne nei venerdì di quaresima?).

 Riflettendo su queste cose, forse possiamo capire perché l’ultimo alito di Gesù sulla croce strappò il velo del tempio e come esso, oltre a essere un invito ad entrare nel Debhir per stare alla presenza della gloria di Dio, era anche il segno del suo “squarciare il cielo” per stare definitivamente in mezzo agli uomini come l’Emmanuele. Ecco perché Gesù vide i cieli squarciarsi nel momento del suo battesimo nel Giordano, il quale è stato il segno profetico di chi per amore dona la sua vita in “sacrificio di espiazione”, segno di chi accetta di morire pagando il riscatto per la liberazione e la salvezza di tutti. C’è una differenza tra aprire e squarciare, perché ciò che si apre si può anche chiudere, se qualcosa si squarcia, invece, non è più ricomponibile. I cieli (come il velo del tempio) non si aprirono ma si squarciarono per non rinchiudersi più. Da Gesù in poi il Cielo, cioè Dio, resterà sempre aperto, affinché la comunicazione con Lui sia continua e si sviluppi sempre più.

 Forse è interessante chiedersi: Con la Pasqua di Cristo, quale significato profetico possono avere per noi “i pani dell’offerta” nel tempio? Nella tenda-tempio, infatti, ogni sabato nell’Hekal erano rinnovati i dodici pani e quelli vecchi venivano consumati solo dai sacerdoti con un rito liturgico. Questi “pani dell'offerta” posti nel tempio erano il segno del legame di fede delle dodici tribù di Israele in adorazione davanti alla Shekinah di JHWH situata nel Debhir, il Santo dei Santi separato dal velo del tempio. Forse la grande novità è che Cristo, squarciando il velo, ci indicava come il simbolo dei “pani dell’offerta” sarebbe stato trasformato, per mezzo della sua passione, morte e resurrezione, nel suo Corpo trasfigurato, che si fa cibo di vita eterna nell’eucaristia. Ora, però, questo cibo non è più riservato ai soli sacerdoti come nell’A.T., ma è dato per tutto il popolo di Dio, considerato una stirpe tutta sacerdotale. Per questo, il presbitero non è il proprietario di questo pane, ma è servo del pane di vita, che è Gesù, e lo distribuisce perché tutti abbiano la vita vera. Questo è il ruolo del ministro del culto: mettersi liberamente e volontariamente, per amore, a servizio del popolo, non per dominarlo, ma per comunicare lo Spirito e la Vita.

Per questo motivo Gesù’ ci invita a entrare nella Casa di Dio per “mangiare” il suo corpo e “bere” il suo sangue (che “stranamente” non viene mai dato ai fedeli) per essere “una sola cosa con Lui” (Gv 17,11.21-22). Adesso, quando siamo stanchi e bisognosi, abbiamo la possibilità di libero accesso nel Tempio del Signore e restare alla Sua Presenza, e soprattutto possiamo cibarci di Cristo, il Pane di vita disceso dal Cielo, il vero “Pane dell’Offerta” d’amore, che ci assimila a Lui affinché noi diventiamo il Suo tempio, la Sua casa.

Questo Pane ci è dato per diventare ciò che riceviamo, perché Dio assorbe e cancella le “energie negative” che scaturiscono dai nostri peccati e in cambio libera le “energie positive” del Suo Spirito che abbiamo (velato) dentro di noi. In questo modo, ci comunica la Sua stessa Vita. Per questo l’Eucaristia è il pasto dei peccatori che cercano la salvezza, gli unici esclusi da questo “banchetto” sono coloro che si sentono giusti, che credono di salvarsi per i loro meriti. È sconvolgente come in un mondo dove vige la regola mangia o sarai mangiato”, Gesù, invece, si lascia “mangiare” da noi per renderci pienamente uomini, vera immagine di Dio, offerta a Lui gradita. Il Signore non vuole sacrifici per Lui, ma misericordia nei confronti degli altri. Solo con questa consapevolezza l’uomo può tradurre in vita quotidiana il Mistero d’amore celebrato nel rito. 

 Cristo nostro Signore conosce intimamente l’uomo, sa che non è possibile "comandargli" di amare, poiché noi possiamo amare solo se ci scopriamo amati. Per questo si dona a noi senza riserve (nell’Eucaristia), per rendere realizzabile il Suo nuovo comandamento (che non è un obbligo ma un’offerta) dal quale nascono tutti gli altri: “Fratello mio, sorella mia ascoltami … ti offro il mio amore, per ora lasciati amare dal mio amore, perché solo così potrai anche tu imparare ad amare e a gustare pienamente la libertà dei figli di Dio.”. Il nostro amore è la risposta all'amore ricevuto: “Noi amiamo, perché Egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19). La capacità di amare c’è donata dall’unica sorgente dell’amore che è l'Eterno.

Ora, consapevoli di avere Dio come Padre e sedotti dalla sua “Com-Passione”, Gli chiediamo come veri figli di aiutarci a non avere un'idea meschina di noi stessi, di non sentirci incapaci di attirare altri a Dio. Poiché, pur essendo coscienti dei nostri limiti, noi sappiamo che nostro Padre può renderci capaci di testimoniare il Suo Amore, perché Lui desidera “servirsi” di noi per attrarre gli altri al Suo gioioso e infinito Amore.

 Quarto Napoli, 22/10/2011                                                           mario d’agosto

 

 
Intervista del TG Quarto Flegreo al diacono mario d'agosto -------------

Testiminianza di Lello e Anna della Comunità "Famiglia GeMaGi" - 1ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli -------------

il vescovo Gennaro Pascarella - 1ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli -------------

il vescovo Gennaro Pascarella - 2ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli ------------

il Grande Papa GiovanniPaolo II ci parla della famiglia cristiana -------------

il Grande Papa GiovanniPaolo II ci dice: "Non abbiate paura..." ------------

Un video utile per riflettere sul rapporto genitori-figli ------------

Come affrontare la vita

 

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Le Beatitudini degli sposi

Mt5,3-10

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Felici voi coniugi, quando siete capaci di fare grandi rinunzie per amore dell'altro; beati voi, quando, consapevoli della vostra inadeguatezza di fronte ai problemi della vita, li deponete insieme ai piedi del Signore.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Felici voi , quando la prova vi trova uniti, quando la preghiera comune diventa lo strumento per affrontarla, quando vi lasciate illuminare dallo Spirito per gioire e crescere nella conoscenza del progetto di Dio su di voi. La sua consolazione sarà la vostra forza.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Felici voi, quando non date sfogo alla vostra aggressività, quando abbandonate il linguaggio prepotente dell'offesa e della rivendicazione dei meriti, del giudizio o della spartizione fredda dei compiti e assumete le vesti della mitezza inerme e generosa, della tenerezza ospitale e gratuita, del dono disarmato di voi stessi.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Felici voi, quando vi lasciate guidare dalla Parola di Dio per distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, quando lo insegnate ai vostri figli, quando desiderate che a tutto il mondo arrivi il messaggio di speranza contenuto nel Vangelo. Beati voi, quando la vostra vita diventa testimonianza viva della Parola che salva.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Felici voi, quando imparerete a perdonarvi, ad accettarvi nella vostra debolezza e fragilità; beati voi, quando della crisi fate un momento di crescita personale e comune, quando la vostra riconciliazione diventa pedagogia d'amore per i vostri figli.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

Felici voi sposi, quando sgombrate gli occhi e la mente dalle lusinghe del mondo e guardate a ciò che è essenziale, cercandolo nella Parola di Dio. Beati voi, quando la Parola diventa stile di vita, quando vi riconosceranno discepoli di Cristo, pur restando in silenzio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Felici voi, uniti nel Sacro Vincolo del Matrimonio, quando coltivate la pace nelle relazioni all'interno della vostra famiglia; beati voi quando, usciti fuori dell'appartamento, sentite insopprimibile il desiderio di creare ponti, di collegare cuori con l'infinita misericordia di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Felici voi, quando decidete di andare contro corrente e rimanete sordi alle logiche del mondo. Beati voi, quando mostrate la bellezza del progetto di Dio sulla famiglia. Beati voi quando, attaccati da ogni parte, continuate a mostrare la gioia del mattino di Pasqua.

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