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santambrogio

 L'EDUCAZIONE DEI FIGLI

SECONDO SANT'AMBROGIO

Vescovo di Milano - IV° sec. d.C.

L'educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l'affetto necessario.

Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.

Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani con slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi.

Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande non siate voi la zavorra che impedisce loro di volare.

Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente.

Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e che voi avete di loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio della passione, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.

E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.

I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene.

Sant' Ambrogivs

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CONSACRA LA TUA FAMIGLIA
A GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

sacra_famiglia

CONSACRAZIONE 
ALLA SANTA FAMIGLIA

 "O Santa Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe, la nostra famiglia si consacra a Te e chiede di essere difesa da ogni pericolo, guidata e sostenuta nell'amore, per tutta la vita e l'eternità. Fa, o Santa Famiglia, che la nostra casa e il nostro cuore siano un cenacolo di preghiera, di pace, di grazia e di comunione. Custodisci nella fedeltà, la nostra vocazione e la nostra missione. Accresci in noi la fede e la santità."

Amen

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              Medjugorje

     BV_Maria

          Messaggio a Ivan
           22 Maggio 2011

 "Cari figli, oggi più che mai desidero invitarvi alla preghiera. Cari figli, satana desidera distruggere le famiglie di oggi, perciò desidero invitarvi al rinnovamento della preghiera famigliare. Pregate, cari figli, nelle famiglie, con i vostri figli, non permettete l'accesso a satana. Grazie, cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata."

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         Messaggio a Ivan
          15 Maggio 2009

Cari figli, anche oggi la Madre vi invita: pregate, pregate per le mie intenzioni. Cari figli, desidero realizzare con voi i miei piani. In particolare, cari figli, vi invito a pregare per le famiglie. Oggi più che mai satana desidera distruggere le famiglie. Perciò siate perseveranti nella preghiera, riportate la preghiera nelle vostre famiglie. Grazie, cari figli, perché mi avete accolto e avete accolto i miei messaggi e vivete i miei messaggi.

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                             Lettera    
I valori della nostra famiglia

Nella nostra casa viviamo un rapporto d'amore per noi assai prezioso. Abbiamo imparato, tuttavia, che l'amore per crescere deve essere coltivato, consolidando i valori evangelici su cui è fondata la nostra famiglia.

Molte cose si oppongono allo splendore della Verità, per questo, dobbiamo aiutarci reciprocamente a crescere nella Verità e nell'Amore per maturare come persone singole e come famiglia.

Purtroppo quando l'amore coniugale non matura, diventa inevitabilmente un legame soffocante che impedisce all'altro di sbocciare. Una relazione così, produce solo dolore e frustrazione ed è destinata prima o poi a finire, com'è accaduto a tanti nostri amici.

Per questo è importante saper difendere e amare sempre più il nostro amore.Il vero amore non si consuma, anzi, più lo doniamo e più cresce. Nella misura in cui io e te ci amiamo, così siamo in grado di amare i nostri figli e il prossimo.

L'amore che viviamo è un dono grande che viene da Dio e grazie a Lui il nostro rapporto familiare è gioioso e sereno, ci concede di vivere nella libertà dei figli di Dio e di trovare sempre soluzioni accettabili per ognuno di noi.

Ecco perché mi propongo di amarvi sempre di più, donandomi senza riserve, di non aver nessun possesso su di te e sui nostri figli, perché ognuno di noi è una persona unica, con i propri bisogni e carismi da manifestare.

Rispetterò i vostri diritti e chiedo che rispettiate i miei. Quando il mio modo di agire v'impedirà di soddisfare le vostre esigenze, desidero che me ne parliate, io vi ascolterò e cercherò di cambiare.

Quando il vostro comportamento soffocherà le mie capacità e i miei bisogni, ve ne parlerò, perché possiate capirmi e forse cambiare.

Non desidero vincere facendovi perdere, perché ciò che conta per me è la vostra felicità. Affronteremo con serenità le nostre "incomprensioni" e con fiducia le risolveremo assieme. Così uniti e liberi saremo una famiglia vincente.

Dobbiamo essere in due a custodire un bene così grande che è il nostro amore. Unicamente con la preghiera, che ci fa vivere la tenerezza del Vangelo, la nostra famiglia non avrà mai paura del futuro, sarà forte, feconda e serena.

Proprio la preghiera insieme, nell'intimità della nostra casa, ci ha fatto superare molti momenti difficili, donandoci sempre speranza, armonia e pace.

Abbiamo sperimentato che pregando uniti resteremo sempre uniti, e che solo mettendo Dio al primo posto si perfeziona il nostro amore e tutto ciò che ci unisce.

Vivendo questi principi, valorizzeremo noi stessi, ci ameremo ancor di più e la nostra famiglia sarà sempre "gradita agli occhi di Dio"

diac. mario d'agosto

"Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori" Sal 126

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Preghiere scritte dal diacono mario d'agosto

 

Padre mio, perdonami !


 Padre mio ascoltami, abbi misericordia di me, riconosco la mia colpa e sono addolorato del male commesso, perché non amando i fratelli, ho rifiutato Te.

Padre Buono, per il sangue di tuo Figlio Gesù, cancella il peccato che è in me e per la potenza della Sua Resurrezione, effondi di nuovo in me lo Spirito di Vita.

Abbà Padre ti offro le mie debolezze e chiedo il sostegno della tua Grazia per esserti fedele.

Padre mio, perdonami! Abbracciami perché io appartengo a Te e desidero stare sempre con Te. Regalami la gioia del Tuo perdono, liberami da ogni male e salvami, perché eterna è la tua misericordia! Amen.

 

Pregare gli Angeli

 

Benedetti Santi Angeli di Dio, nostri Fratelli maggiori, guidate, proteggete, e benedite (nome …), che vi fu affidato dall’Eterno Padre Buono.

 Amen.

 

Preghiera per i defunti

 

La Tua Gioia senza fine dona ai nostri fratelli defunti, o Signore della Vita.  Nella Tua misericordia, mostra a (nome …) la luce del Tuo volto e sia una sola cosa con Te, per sempre nel tuo Regno.   Amen.

 

Preghiera a Maria

 

Rallegrati Maria, madre nostra tutta Santa, il Signore è in te. Aiutaci ad accogliere tuo Figlio e lo Spirito Santo, perché anche in noi l'Onnipotente possa fare grandi cose.

Donna di fede, tu che hai sostenuto la Speranza degli Apostoli, proteggi da qualsiasi pericolo il dono di vivere nella gioiosa libertà dei figli di Dio.

Madre di operosa misericordia, ti chiediamo di guidarci sulla via della beata povertà di spirito, per accogliere le grazie di Gesù nostro Signore.

Benedetta Maria, maestra di umiltà,tu che ci hai insegnato ad essere responsabili dell'altrui felicità,

concedici di amare di un amore a immagine di Cristo,affinché venga in mezzo a noi il Regno della Sua giustizia e della Sua pace. Poiché, solo se ci prendiamo cura del prossimo, permettiamo all'Eterno Padre Buono di prendersi cura di noi.

Madre dell'Amore, santificaci con la tua potente benedizione. 

Amen.

 

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la fabbrica degli edonisti tristi

 

Stranamente, proprio quando gli uomini identificano il bene con il piacere, si sviluppa sempre più in loro un celato morbo dell’anima: la tristezza!

 

Sono in tanti che vogliono farci credere che la nostra è la società del benessere. Dietro questa maschera si nasconde invece la società della violenza, dell’inquietudine, dell’invidia, della tristezza e della disperazione, capace di fabbricare una moltitudine di edonisti tristi, uomini che confondono la felicità con il benessere e perlopiù escludono la trascendenza dalla loro vita. Essi sono tristi non perché sono cessati “i piaceri” ma perché hanno smarrito la Speranza, quella donata nella Persona di Cristo.

Possiamo constatare come ogni giorno viviamo delle situazioni che tentano di strappare dal nostro cuore la gioia: circostanze critiche di lavoro, difficoltà familiari e di rapporti interpersonali segnati da diffidenza e sfiducia, condizioni di malattia e di peccato. Guardiamoci attorno, quanta gente soffre di tristezza. È un’epidemia! Sono molti gli scontenti rassegnati, costretti a stentare senza speranza e al di fuori della Vita, poiché la tristezza genera la sfiducia e la sfiducia sfocia nella disperazione e nella malizia. Tuttavia, all’apparenza queste persone non sembrano vivere una grave situazione di angoscia esistenziale, per paura di essere giudicati, hanno imparato bene a nascondere il loro dramma interiore.

Poco tempo fa, un’amica alla mia domanda: “Come stai? Avverto che c’è un quid che non va!”. Mi rispose: “Sai, molti mi dicono che ho un brutto carattere, che sono antipatica e severa, qualcuno invece mi considera cordiale e anche divertente, ma… nessuno si è mai accorto che dietro questi miei occhi c’è tanta tristezza!”. Questa risposta è stata un’ulteriore conferma di ciò che, nella mia azione pastorale, ho spesso costatato: in tante persone c’è una dolorosa ferita nell’anima, una profonda e mal celata tristezza, una malattia contagiosa che sta avvelenando la nostra società, come una fobia che si preannuncia con ansia. La tristezza, infatti, è un crudele tormento dell'anima che conduce allo scoraggiamento. è un dolore inesplicabile che rovina insieme l'anima e il corpo, toglie la forza, fa abbassare il capo, genera litigiosità e meschinità, abbrevia i giorni e anticipa la vecchiaia.

La tristezza è, di fatto, una morte spirituale, quindi è un problema da non sottovalutare, anzi va squadernato, perché si evince da varie e serie indagini, che sono molte le persone che soffrono di questo malessere interiore, di una sensazione d’insicurezza, di precarietà, di solitudine, di smarrimento e di sfiducia. In particolare, l’eziologia d’ogni tristezza ha alla base un conflitto irrisolto riguardante la sfera dell’autorealizzazione.

La tristezza, in realtà, è causata dall'amore disordinato di se stessi ed è una complessa combinazione di emozioni negative che includono paura, apprensione e insoddisfazione, ed è spesso accompagnata da sensazioni di sofferenze fisiche. Inoltre, questo morbo dell’anima quando perdura per lunghi periodi, si trasforma in depressione, ossia, in uno stato più grave di abbattimento fisico e psichico che porta stanchezza, malinconia, malumore e pessimismo. La tristezza, pertanto, si attacca più facilmente ad un cuore indebolito e privo d’energia, affliggendo e soggiogando l'anima, piega la volontà che diventa schiava della ma­linconia. Occorre poi molta umiltà e un notevole sforzo per districarsi da questo labirinto e ritrovarsi liberi in Dio.

Questo diffuso stato d'animo è il ritratto di una società profondamente in crisi, perché secolarizzata e relativista, che aspira a liberarsi da una concezione sacrale del mondo e tende a rifiutare o a dubitare di tutti i veri valori che in passato erano comunemente accettati. La storia c’insegna che quando si cerca di esiliare Dio, si accrescono la tristezza e il dolore, i conflitti, l’oppressione e la schiavitù dell’uomo sull’uomo, perché si perde la luce: “L'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.” (Gaudium et spes, 36).

Il senso di mestizia, quindi, non è di natura unicamente psico-patologica, per cui, quasi mai può essere curata con tranquillanti o altre psico-terapie.

In tante famiglie ci sono dei membri che vivono senza energia vitale, amorfi e rassegnati. Queste famiglie sono disperate perché si sentono impotenti, non sanno cosa fare. Gli stessi operatori del settore si sentono disarmati perchè sanno che il male molto spesso non è d’origine psicologica.

La cura va trovata in un rinnovato ordine sociale dove è restituito il primato alla dignità dell’uomo e alla sua dimensione spirituale, nella ricostruzione della struttura sociale, fondata sul diritto di tutti al lavoro, su un’economia che non guardi solo al profitto, sul rispetto del prossimo, sulla famiglia tradizionale, sui legami affettivi e sulla solidarietà come fatto sociale.

La tristezza può essere causata da eventi esterni e da conflitti interni. Consideriamo tre cause principali:

- problema sociale, in pratica, dalla perdita o dalla mancanza di lavoro, dai conflitti relazionali, dall’eccessiva competitività, dalla violenza degli uomini sugli uomini e sulle cose, dall’inquietudine, dall’inconfessata solitudine, dalla delusione su tutte le attese tradite, ed infine quella più diffusa: la paura del futuro. Situazioni difficili che spingono gli uomini ad essere amanti solo di se stessi, come profetizzava l’apostolo Paolo: “Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro!” (2Tm 3,1-5).

- problema culturale, poiché, ha preso il sopravvento una forma mentis agnostica e trasgressiva, con una forte tendenza al possesso e alla sopraffazione (“il pesce grande mangia il pesce piccolo”, “mangia o sarai mangiato”).

Nei “fortunati” che hanno un’occupazione, spesso, non c’è il vitale amore per il lavoro (sono tristi perché esso non corrisponde alle loro attese). C’è un cattivo uso della ricchezza, gli agiati e avari, posseduti dal dio denaro, non appena si vedono solo minacciati di essere privati anche parzialmente dei loro (falsi) beni, ca­dono subito nella tristezza. Molti ricchi sono come la lupa magra ed affamata che Dante, nella Divina Commedia, incontra nella sua avventura nell'aldilà, essa simboleggia quell’avarizia tanto malvagia e feroce che non è mai soddisfatta, dopo ogni pasto ha ancora più fame di prima; allo stesso modo gli edonisti non si sentono mai appagati e si ritrovano sempre più tristi di prima.

Oltre a ciò, si diffonde sempre più la mentalità della “rimozione”: tutti corrono ad abbeverarsi al fiume Lete, desiderando di dimenticare per non soffrire. è uno sterile meccanismo di difesa contro tutte le situazioni che costituiscono sacrificio, dolenza e sensi di colpa. Pertanto, si cercano i piaceri mondani come strumenti d’oblio, di distrazione per rimuovere gli eventi sgraditi e peccaminosi (…la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché fanno il male. Gv 3,19). In questo modo i problemi non sono mai risolti, perché non vengono purificati e santificati.

Questa concezione edonistica della vita conduce facilmente all’alienazione dalla realtà e sviluppa la stupidità, intesa non tanto come mancanza di “cultura”, ma come incapacità di discernimento, in quanto s’identifica e si assoggetta la propria coscienza a varie ideologie ciniche, totalitarie o relativistiche.

- problema morale e religioso, che nasce dalla malefica e diffusa abulia spirituale. La tristezza nasce dal peccato, dal non rispetto di sé e del prossimo (scaricando sugli altri le proprie colpe), dalla perdita di autostima, dal vittimismo, dal relativismo (morale e religioso), dalla completa sfiducia in un possibile rinnovamento di sé e della società, ma soprattutto da un “inconscio” terrore della morte che scaturisce proprio dalla carenza di trascendenza.

Si vuole condannare la religiosità cristiana come “fuga saeculi”, senza capire che spiritualità non significa fuggire dal mondo per abbandonarlo a se stesso, ma voler costruire in luoghi di preghiera e nelle famiglie una nuova possibilità di vita più conforme alla stessa natura umana: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace…” (Gal 5,22).

Questi motivi hanno messo in atto una sottovalutata “rivoluzione del nichilismo” (di cui Benedetto XVI ci mette in guardia), che nega in modo radicale la sacralità della vita e vuole distruggere i valori della società. È il risultato di una profonda sfiducia nella spiritualità dell’uomo, nel vero progresso e nel futuro. È frutto della rabbiosa delusione che il mondo laicista ha fatalmente sofferto riguardo alle proprie speranze ideologiche. Queste frustrazioni sono vissute anche da tutti quelli che ponevano la loro fiducia nelle promesse della scienza e del modernismo, le quali pretendevano di essere la panacea ad ogni male fisico e la soluzione per lo sviluppo della politica sociale.

Il progresso della scienza e della tecnica ha in diversi casi migliorato il tenore di vita, in altri, però, ha reso l’esistenza asservita. Sono molti quelli che non sanno fare a meno e vivono in funzione dell’auto, della tivù, del cellulare... è indubbio, tuttavia, che queste cose non hanno assicurato l’agognato futuro felice. Al contrario, alcune scoperte scientifiche hanno diffuso il terrore di una possibile catastrofe imminente.

Ecco perché di diffonde l’edonismo, un surrogato della gioia, una felicità triste in quanto identifica il bene nel piacere immediato, per il quale si è disposti a tutto, nonostante, ci si senta sempre inappagati, perché c’è una recondita disperazione nel cuore dell’uomo, c’è un’incapacità o meglio il rifiuto di dare un senso al dolore e alle prove della vita. L’esperienza c’insegna, invece, che le prove e il dolore producono energia spirituale, rendendo più profondo l’amore, esse, infatti, purificano e potenziano la capacità d’amare e di provare gioia. Pertanto è inane cercare la vera felicità nei piaceri, buoni di per sé e utili (se non se n’è schiavi) per alleviare la durezza della quotidianità ma inadeguati per vivere “la perfetta letizia” sperimentata da san Francesco, che per mezzo della fede e della preghiera, riusciva a portare nella pace ogni situazione: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prova...” (Gc 1,2-3).

Questa società si è trasformata in una fabbrica dell’edonismo, che trova la sua materia prima proprio in ogni processo di demotivazione verso il domani. Gli edonisti, infatti, sono diventati tristi anche perché la loro visione ottimistica del futuro è crollata (o affidata alle lotterie). L’avvenire, così, da speranza d’emancipazione dell’uomo, è diventato fonte d’insicurezza, di minaccia e di terrore, paure che spingono l’uomo alla ricerca spasmodica di soldi e dell’effimero piacere.

Purtroppo, oggi molti educatori insegnano l’arte del sopravvivere, del proteggersi e del difendere i propri interessi, anche a scapito degli altri. È significativo come tanti genitori sono parsimoniosi nell’acquistare ai figli i libri scolastici (in verità, sempre più cari), eppure non esitano nel comprare loro costosi telefonini, scarpe e abiti firmati… per paura di essere considerati dei “perdenti”; con questa mentalità di sicuro i figli non saranno mai dei “vincenti”, perché non sapranno dare una gerarchia ai valori.

Il motto dell’etica edonistica è “carpe diem… (“Cogli l’oggi e del domani credi il meno possibile.” Orazio, 65 a.C.), inteso come sfiducia nella provvidenza di Dio: è meglio cogliere l’attimo fuggente e godersi la vita oggi. Finalizzare la propria esistenza alla ricerca delle consolazioni temporanee è il presupposto per una collettività senza valori e senza speranze, che danno il via ad ogni genere di regresso, invece Cristo è venuto a dare all’uomo ciò che realmente gli manca: “Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.” (cf. Rm 14,17).

Contrariamente agli epicurei che si rifugiano nei “piaceri”, la soluzione alla tristezza, al male e alla paura della morte, va cercata proprio nel futuro escatologico (nel quale già ci troviamo), nella Speranza cristiana nei cieli nuovi e terre nuove, nel luogo dove non ci sarà né lutto né pianto, dove l’uomo potrà guardare Dio faccia a faccia che lo ripagherà di tutto e vivrà nella gioia senza fine: “ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.”. (Col 1,12).

Non si vuole dimostrare agli edonisti, autocompiaciuti della loro movida, che si trovano inconsapevolmente in un vicolo cieco, infelici e disperati, piuttosto, li si vuole spingere ad interrogarsi sul senso della vita e a conoscere l’autentica soluzione cristiana: “…perchè la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte.” (2Cor 7,10).

È necessario porsi la questione di Dio e della sua rivelazione, proprio perché chi è felice lo sia realmente e chi soffre porti la sua sofferenza senza disperazione. La felicità, infatti, non si trova negli attimi fuggenti, ma in una vita intera in una vita che genera vita nello Spirito:“… perchè abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.” (Gv 17,13).

Per combattere l’edonismo e il relativismo con le loro seduzioni, che minano le fondamenta della nostra società, occorre infondere una speranza motivata, dare un significato al presente per realizzare un mondo migliore nella visione escatologica (cioè, nella prospettiva della vita soprannaturale e “nell’attesa della Sua prossima Venuta” che segnerà “la fine dei tempi”). Le stesse Beatitudini evangeliche sono, in realtà, finalizzate alla gioia della vita terrena e ultraterrena: “Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Mt 5,12).

Non si tratta di trasferire la felicità alla fine della vita o della storia umana, piuttosto di comprendere che la felicità è il Cielo che irrompe sulla terra per trasformarla, e che la gioia è già oggi, anche se raggiungerà la sua pienezza solo al termine della storia della salvezza con il ritorno glorioso di Cristo. La felicità cristiana è una tristezza abbandonata e superata, perchè i credenti sanno che fin d’ora sono inseriti nella vita eterna: “Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro!” (Sal 16,9). 

Quindi, punto fondamentale, in questa situazione di catatonia, è la necessità di una voce autorevole che c’indichi “la Via, la Verità e la Vita” da percorrere senza paure e incertezze. La Chiesa Cattolica è l’unica che da sempre propone e difende con intransigenza i valori che nascono dalla fedeltà a Dio e alla sua Rivelazione e dalla fedeltà all’uomo e alla sua dignità. Il Magistero è guida autorevole e fonte a cui devono attingere soprattutto le famiglie. Esse hanno il compito di progettare nella solidarietà e nella fiducia, d’insegnare ai figli ad uscire dall’isolamento, di infondere in loro il desiderio di costruire con Dio la loro vita e di edificare una società chiamata a vivere la comunione:La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola...” (At 4,32).

La ricchezza di una famiglia non è nel conto in banca (“L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali…” 1Tm 6,10), ma nella sapienza, nella saggezza, nella bontà e nella rettitudine dei figli: “Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità.” (3Gv 1,4). Questo, da sempre è il compito affidato dal buon Dio alla famiglia e alla Chiesa considerata “Famiglia di famiglie”.

Il nostro mondo sta perdendo “lo spirito dell'infanzia”, l’evangelico farsi bambini che non è un opera di regressione, è, invece, la dimensione spirituale che ci permette di conservare la semplicità, la freschezza, la capacità di meravigliarsi e la fiducia nella Provvidenza: “Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare.” (Sal 16,10).

Allora, non c’è la crisi della “ragion forte” del Cristianesimo, dell’ottimismo nei confronti della “terra promessa” che propone il presente come tempo di redenzione e il futuro come tempo di salvezza a tutti coloro che restano fedeli a Dio; piuttosto oggi bisogna parlare della crisi dei “cattoedonisti” che concepiscono la religione come un fatto privato e separano la fede dalla vita quotidiana.

Perfino molti credenti pensano e agiscono come se Dio non esistesse, vivono la fede con puerile devozionismo, come un rassicurante analgesico, una sorta di meschina superstizione: “Anche l’attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (ccc. n° 2111). La preghiera dell'uomo in preda alla scaramanzia non ha la forza di salire fino al Cielo.

Purtroppo nella “fede” di tanticristiani sono ben nascosti, come nella sella del cammello di Rachele (Cf. Gn 31,34), ancora tanti idoli. Dio non vuole dei credenti privi della vista, senza discernimento, non vuole che i suoi figli si riducano ad onagri che portano un carico di libri mai compresi e si comportino da nicodemiti, che per vile opportunismo nascondono le proprie idee e la propria religiosità, conformandosi alle opinioni dominanti.

Consapevoli del momento, è ormai tempo di svegliarci dal sonno...” (Rm 13,11). Dio ci esorta energicamente a distruggere nel deserto il vitello d’oro e a non prostituirsi più ai Baal di questo mondo: “Siano confusi tutti gli adoratori di statue e chi si gloria dei propri idoli.” (Sal 97,7). Solo dopo aver lasciato i propri feticci, l’uomo perde la tristezza e si abbandona nelle mani di Dio. Uscendo dalla propria angoscia si apre a Qualcuno che sta oltre lui stesso e la sua storia: “Nel mio affanno invocai il Signore, nell'angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido (Sal18,7). Soltanto in Dio l’uomo può trovare la verità e la felicità che cerca senza posa. Per cui, un ri­medio potente contro la tristezza è la preghiera del cuore, quella svolta nell’ascolto dello Spirito di Verità. In questo modo si tiene l'animo rivolto soprattutto ai beni celesti.

Così, il cristiano può “crescere nella conoscenza della Verità” (cf. Col 1,10) e rendersi compartecipe del progetto di Dio sulla creazione, che è un processo in atto, nel quale l’uomo è chiamato ad usare tutte le sue energie per realizzare se stesso in armonia con il Signore e il prossimo. Dio, infatti, continua la sua opera creatrice con lo scopo di portare a pieno compimento la sua Alleanza con l’uomo “…per ridurre all’impotenza… il diavolo,…e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15).

Pertanto, Dio è coinvolto ineluttabilmente nella storia dell’uomo, non tanto per farlo tornare nella condizione iniziale dell’eden, ma per portarlo a qualcosa di più elevato, alla sua pienezza nella partecipazione della vita divina. Per realizzare ciò, Dio, pur essendo “il totalmente Altro”, si è fatto il totalmente donato, così indissolubilmente intimo all’uomo da incarnarsi in Gesù di Nazareth, che è la Sua risposta a tutte le nostre domande e perfino alle nostre accuse. Egli è Colui che porterà a compimento il processo della continua e nuova creazione alla fine dei tempi. Dio ci rassicura: “Non temere... ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni... perchè sei prezioso ai miei occhi... e io ti amo…” (Is 43,1.4).

Il Padre buono ha collocato il Figlio al centro di tutto e in Lui ha chiamato gli uomini a libertà, facendoli partecipi della sua natura eterna e della sua stessa gloria, mediante il dono dello Spirito Santo, così come ha richiesto Gesù nella sua mirabile preghiera sacerdotale: “…custodiscili dal maligno…e consacrali nella verità. La tua parola è verità…E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.” (Gv 17,16-17.22).

    Cristo è il Mistero grande d’amore che rivela all’uomo il volto del Padre Buono e a quale progetto meraviglioso l’uomo è predestinato: “Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza.” (At 2,28).

Ebbene, tra i compiti più urgenti per il cristiano, c'è il recupero della capacità di opporsi a molte tendenze della cultura edonistica dominante ed uscire dallo spirito di tristezza, di tenebra e di morte. Nella consapevolezza di appartenere ad una minoranza e di essere in contrasto con ciò che appare normale, buono e logico alla mentalità del mondo. All’uomo, quindi, è dato il compito di lavorare per il Regno, nella piena responsabilità e totale fiducia nella provvidenza di Dio, come ha sperimentato il profeta Isaia: Ecco, Dio è la mia salvezza; io confiderò, non temerò mai, perchè mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza. Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,2-3).

Questa è la Fonte inesauribile che permette al credente in cammino, di vivere in armonia tra il giusto impegno nella storia e la fondamentale tensione verso la parusia, la festa senza fine. A causa di ciò il Vangelo (la felice notizia) rende nuovamente generoso l'uomo precipitato nell'apatia e nell'incertezza e riesce a fargli superare i momenti di dolore e di tristezza.

Ci ricorda il libro di Neemia: “...non vi rattristate, perchè la gioia del Signore è la nostra forza” (Ne 8,10), quella felicità che dura oltre i fatti concreti e mutevoli. Quale gioia quando incontriamo donne e uomini di Dio (e sono tanti) che vivono la spiritualità cristiana e con il loro modo di parlare e di agire, infondono la fede, la speranza, un senso di equilibrio, di fiducia e di pace!

Ecco perché la buona notizia è fabbrica di Gioia, di Speranza, di Verità e di Libertà. La Rivelazione fa riaprire gli occhi alla fiducia e fa rialzare il capo all'uomo oppresso in vari modi, perché si è consapevoli che “dalle piaghe di Gesù siamo stati guariti” (cf. 1Pt 2,25). La felicità del Vangelo è una conquista che non è racchiusa in un momento della vita; essa coinvolge l’intera persona e riempie di speranza tutta la sua esistenza: Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perchè abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.” (Rm15,13).

La vera felicità è in Dio e Cristo è la via per raggiungerla. Per questo la fede e la felicità sono intimamente congiunte e non può sussistere l’una senza l’altra, poiché, dal Vangelo viene all'uomo la linfa della letizia. Occorre tuttavia fare attenzione a non considerarci “il popolo del Libro"; siamo piuttosto "… la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato…" (1Pt 2,9), siamo “il resto d’Israele”, il nuovo popolo universale che è nato dal Grande Avvenimento Salvifico. La Parola di Dio riecheggia all'interno di un singolare Evento Storico che è diventato L’illumin-Azione decisiva della storia dell’umanità che s’incontra con una Persona, il Verbo di Dio, incarnato, morto e risorto per la nostra salvezza.

Accogliamo l’invito evangelico: “prendi parte alla gioia del tuo Signore” (Mt 25,21). Quello che conta è lasciarsi plasmare dallo Spirito, che ci “è stato dato in dono”, e immettersi nella gioia di Dio, la quale non è offerta dalla terra, è donata dall'Alto e non è legata alla materia che si consuma e al tempo che passa. La gioia perfetta è quella che viene dalla fede in Dio e nelle sue promesse! San Pietro dice: “Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.” (1Pt 1, 8). Sapere che il proprio nome è scritto nel cuore di Dio, è fonte di gioia: “rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20).

Quando viene accolto e riconosciuto come Signore della propria vita, Dio compie grandi cose nell’uomo. In modo speciale, così è stato per Maria, quando l'Angelo Gabriele gli disse: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te!” (Lc 1,28). Lei rispose: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…” (Lc 1,46-47.49).

Il Figlio, che è la gioia del Padre, incarnandosi in Gesù l’Emmanuele, nel seno della Vergine Maria, è diventato anche la gioia degli uomini perché Egli è l’unico che soddisfa le aspirazioni profonde di vita, di amore, di verità e di libertà del nostro cuore. Sì, saremo liberi da ogni tristezza, menzogna e paura, sul modello di Gesù, uomo libero, troppo libero da paure, tanto da spaventare (oggi come allora) il potere politico e quello “culturale”. Per questo “Dio non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.” (2Tm 1,7).

Dunque, è essenziale e utile il discernimento del cuore: “Quando più profondamente quel dolore incide nel vostro essere, tanto maggiore è la gioia che potete contenere […] Quando siete felici guardate nella profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere...” (Kahlil Gibran, “Il profeta” ElleDiCi p. 54.56).

La nostra gioia viene dal “Grande e decisivo Incontro”, dalla contemplazione dell’Amore di Dio e dalla certezza del suo ritorno glorioso. Nessuno mai può cancellare questa gioia, né essa potrà essere offuscata dagli insuccessi o dai peccati, perché tutto diventa occasione propizia per provare la felicità che viene dalla fede. Infatti, ciò che è negativo nella nostra esistenza può avere un senso positivo, perché nessuna situazione è assolutamente assurda e disperata.

San Paolo, come tanti che hanno servito Dio, ha fatto della sua vita un dono per gli altri, e ha sperimentato così il mistero della gioia: “Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto ancora, rallegratevi… non angustiatevi per nulla…” (Fil 4,4.6). Proprio a Paolo, il fariseo convertito, che chiedeva di essere liberato da una sofferenza non meglio identificata, il Signore gli rispose: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9).

E' possibile incontrare Dio non solo nel successo e nella gioia, ma anche nella tristezza, nel fallimento e nel dolore. Il nostro è un cammino di conversione nella “sobria ebbrezza dello Spirito” (sant’Ambrogio). Lo Spirito “ci guiderà alla verità tutta intera […] ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla.” (Gv 16,13.22-23).

Sì, per i Cristiani “quel giorno senza domande” è ogni giorno in cui “la Verità ci fa liberi” (cf. Gv 8,32), ci rallegra e “ci solleva su ali di aquila” (cf. Es 19,4). Per questo diciamo: “Perchè ti rattristi anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo...” (Sal 42,6). è chiaro che la gioia perfetta non si lascia vincere dalla tribolazione, anzi la supera! Senza lacci il nostro cuore si eleverà al di sopra di essa: “…Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia…” (Gv 16, 20). Ringraziamo il Signore per il dono del Verbo che ha il potere di effondere in noi il suo Spirito, la sua Vita e la sua Beatitudine: Vi dico queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.” (Gv 15,11).

 

Quarto – Napoli, 27/07/2007                                                                     mario d’agosto

 

 

 

 

 
Intervista del TG Quarto Flegreo al diacono mario d'agosto -------------

Testiminianza di Lello e Anna della Comunità "Famiglia GeMaGi" - 1ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli -------------

il vescovo Gennaro Pascarella - 1ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli -------------

il vescovo Gennaro Pascarella - 2ª giornata gruppi famiglia - Diocesi di Pozzuoli ------------

il Grande Papa GiovanniPaolo II ci parla della famiglia cristiana -------------

il Grande Papa GiovanniPaolo II ci dice: "Non abbiate paura..." ------------

Un video utile per riflettere sul rapporto genitori-figli ------------

Come affrontare la vita

 

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Le Beatitudini degli sposi

Mt5,3-10

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Felici voi coniugi, quando siete capaci di fare grandi rinunzie per amore dell'altro; beati voi, quando, consapevoli della vostra inadeguatezza di fronte ai problemi della vita, li deponete insieme ai piedi del Signore.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Felici voi , quando la prova vi trova uniti, quando la preghiera comune diventa lo strumento per affrontarla, quando vi lasciate illuminare dallo Spirito per gioire e crescere nella conoscenza del progetto di Dio su di voi. La sua consolazione sarà la vostra forza.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Felici voi, quando non date sfogo alla vostra aggressività, quando abbandonate il linguaggio prepotente dell'offesa e della rivendicazione dei meriti, del giudizio o della spartizione fredda dei compiti e assumete le vesti della mitezza inerme e generosa, della tenerezza ospitale e gratuita, del dono disarmato di voi stessi.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Felici voi, quando vi lasciate guidare dalla Parola di Dio per distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, quando lo insegnate ai vostri figli, quando desiderate che a tutto il mondo arrivi il messaggio di speranza contenuto nel Vangelo. Beati voi, quando la vostra vita diventa testimonianza viva della Parola che salva.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Felici voi, quando imparerete a perdonarvi, ad accettarvi nella vostra debolezza e fragilità; beati voi, quando della crisi fate un momento di crescita personale e comune, quando la vostra riconciliazione diventa pedagogia d'amore per i vostri figli.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

Felici voi sposi, quando sgombrate gli occhi e la mente dalle lusinghe del mondo e guardate a ciò che è essenziale, cercandolo nella Parola di Dio. Beati voi, quando la Parola diventa stile di vita, quando vi riconosceranno discepoli di Cristo, pur restando in silenzio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Felici voi, uniti nel Sacro Vincolo del Matrimonio, quando coltivate la pace nelle relazioni all'interno della vostra famiglia; beati voi quando, usciti fuori dell'appartamento, sentite insopprimibile il desiderio di creare ponti, di collegare cuori con l'infinita misericordia di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Felici voi, quando decidete di andare contro corrente e rimanete sordi alle logiche del mondo. Beati voi, quando mostrate la bellezza del progetto di Dio sulla famiglia. Beati voi quando, attaccati da ogni parte, continuate a mostrare la gioia del mattino di Pasqua.

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